Un male necessario

UN MALE NECESSARIO…
“Gli uomini si procurano da soli queste seccature: si sposano e procreano,
facendo così il proprio male.”
LUCILIO
1. Introduzione
Tra i riti sacri che da sempre scandiscono la vita quotidiana dei popoli, un posto di rilievo è
senz’altro occupato dal legame che in differenti modalità, secondo molteplici principi naturali o
criteri culturali, avvicina e unisce l’uomo e la donna. Radicando le sue basi nella necessità
fisiologica dettata dalla procreazione, che accomuna tutti gli animali e trova unico compimento
nell’incontro tra elemento maschile ed elemento femminile, questo rapporto si è declinato nel corso
della storia in mille flessioni, dando vita a soluzioni che, rispecchiando l’evolvere storico religioso e
culturale, hanno aperto la strada a realtà e concetti quali matrimonio, interesse, legittimità, prole,
convenienza, diritto, divorzio, amore.
Il posto da fanalino di coda occupato dal principale motivo che oggi, teoricamente, dovrebbe
spingere i due aspiranti a unirsi per la vita non deve stupire: è sufficiente gettare un breve sguardo al
passato che l’intera umanità si porta alle spalle per comprendere come quasi mai, nel tempo e nello
spazio, sia stato questo sentimento a condurre all’altare gli sposi. Ragioni di ordine precipuamente
economico sottintendono queste scelte, per lo più interpretate come vero e proprio accordo volto a
garantire il benessere materiale dei contraenti e assicurare la memoria incisa geneticamente nella
discendenza legittima. L’importanza di questo momento, di questo passaggio di stato era talmente
rilevante per le condizioni dell’individuo che non poteva di fatto basarsi su impulsi esclusivamente
dettati dal cuore, spesso considerati fatui, accecanti, irragionevoli, primitivi.
In quest’ottica non risulta pertanto difficile cogliere le numerose implicazioni sociali che
potevano derivare da assortimenti felici o infelici; queste realtà stabilirono spesso in molte società
l’urgenza di inserire il rito in un quadro legislativo stretto e vincolante, la cui eredità fa ancora oggi
parte del nostro patrimonio culturale.
Nonostante la natura fortemente prosaica messa in luce da queste considerazioni, non
bisogna dimenticare il forte connubio tra quotidianità e sacralità permeante il mondo antico: un
momento così fondamentale per la costruzione della propria identità, seppur sotto l’egida di logiche
economiche e sociali, esigeva in maniera innata la sanzione divina; fede o superstizione che dir si
voglia, era impensabile non alzare gli occhi al cielo, alla ricerca di protezione e benevolenza,
mentre si sceglieva il compagno di vita.
Quali fossero gli orizzonti, più o meno celesti, che sponsus et sponsa potevano scorgere a
Roma all’alba del dies nuptialis duemila anni fa è quanto si tenterà di scoprire, rovistando tra
epigrafia, letteratura e archeologia.
2. Questo matrimonio… s’ha da fare
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2.1 Prendere moglie: un male necessario
“Se potessimo vivere senza mogli, o romani, nessuno di noi si sognerebbe di accettare le noie del
matrimonio. Ma la natura, se ha voluto che non si potesse vivere con le mogli senza avere delle
noie, ha anche voluto che non si potesse vivere senza di loro. Dunque, meglio rassegnarsi: meglio
preoccuparsi della tranquillità perpetua che del piacere di breve durata.”
METELLO NUMIDICO
Ebbene sì, con un umorismo che farebbe invidia alle nostre migliori testate satiriche, il
censore Metello Numidico già nel 131 a.C. cercava, spinto in realtà da motivazioni più che serie, di
arginare l’allarmante fenomeno di calo di nascita che aumentava preoccupantemente nella capitale.
Consapevoli, più che oggigiorno, dell’importanza di una prole numerosa e legittima, che potesse di
diritto definirsi cittadina romana, gli amministratori dell’epoca non lesinavano esortazioni affinchè
ciò avvenisse, sottolineando l’ineluttabilità dell’unica poco amata condicio che, sola, garantiva il
risultato: il matrimonio.
Come si può agevolmente evincere, era questa una tra le istituzione meno amate dalla
romana civitas: affondando le sue origini all’alba di Roma, era ritenuta un dovere civico e sociale; i
termini della sua sacra perentorietà trovavano ragione d’essere nell’importanza assegnata al nucleo
familiare, come base della comunità, cellula primaria del codice genetico latino, da cui si
rinnovavano giornalmente i valori fondanti la res publica e a cui si assegnava l’onere e onore di
trasmettere e garantire l’eternità tramite una stirpe legittima.
A ciò va aggiunta, a mio avviso, una non trascurabile esigenza di controllo della società che
rispondeva senz’altro a considerazioni etiche e di costume, ma anche a paure ataviche: era
essenziale che fasce del popolo ritenute maggiormente “volubili” e, di conseguenza,
pericolosamente instabili, quali stranieri, indigenti e soprattutto donne sentissero il bisogno di
appartenere inconsciamente e volontariamente al paradigma ideologico e culturale di matrice
romana, rigidamente strutturato, come vedremo, per avallare l’autoritas maschile.
Ciò nonostante, allora come oggi, secondo uno schema che farebbe sorridere (o
preoccupare?) antropologi e psicanalisti di tutto il mondo, il cromosoma XY era estremamente
restio ad abdicare alla propria libertà a favore di vincoli coniugali decretati da altri, che, incuranti di
qualsivoglia velleità emotiva, sceglievano i partner sulla base di logiche di interesse e costume.
Lo sguardo pietoso che potrebbe accompagnare la lettura di queste righe sicuramente non
persisterà ulteriormente allorché l’analisi più attenta della letteratura dell’epoca non rivelerà l’entità
effettiva di questa “pena coercitiva”: totalmente padrone, con diritto di vita o di morte, della propria
moglie, l’unico obbligo dell’uomo era quello di provvedere al mantenimento della sua famiglia. La
totale fedeltà intimata all’uxor non era assolutamente richiesta al vir, che spesso era invitato a trovar
piacere altrove, con garbo e discrezione, come suggerisce Ovidio, ma pur sempre con ogni diritto,
come tuona solennemente Cicerone:
“Se a qualcuno venisse in mente di vietare ai giovani ai giovani di avere rapporti con le
prostitute, ebbene, costui andrebbe contro quanto era concesso ai nostri antenati. Quando mai
infatti frequentare le prostitute non è stata un’abitudine? Quando mai quest’abitudine è stata
biasimata? Quando mai non è stata permessa?”
2.2 L’etica del fallo
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La prostituzione era pertanto legale ma soprattutto legittima, in quanto svolgeva la vitale
funzione sociale di consentire lo sfogo del giusto e rispettato ardore virile senza rischiare di mettere
a repentaglio la virtù delle signore sposate.
E d’altro canto come avrebbe potuto essere altrimenti per questo popolo fiero e glorioso la
cui particolare etica cittadina guardava con sospetto le passioni coniugali? Al civis onorato e
meritorio, zelante delle norme e delle consuetudine come sarebbe stato possibile infatti conciliare le
rigorose ed esemplari indicazioni di Seneca “È male amare la propria moglie come se fosse
un’amante” e nello stesso tempo dimostrare la propria forza, il proprio orgoglio, la propria
appartenenza al leggendario popolo romano senza poter vantare nel proprio repertorio personale una
consumata, energica e solerte attività virile?
Le numerosissime e colorate epigrafi inneggianti alle più disparate imprese erotiche gettano
una vivida luce sull’esibizionismo sessuale romano, non pura megalomania ma spia di un sistema di
giudizi di valore e di referenze col quale il Romano doveva necessariamente confrontarsi per
sentirsi a pieno titolo parte integrante e lodevole della società. Questo sfoggio di potenza
squisitamente maschile aveva il preciso compito di suscitare rispetto, esaltando il vigore e
allontanando con forza i profondi timori di insuccesso che fanno capolino, copiosi e minacciosi da
dietro questa ostentata sicurezza.
Mai come allora infatti il fallimento sessuale trascese prepotentemente la sfera dell’intimo
per diventare disfatta dell’individuo; mai come allora l’uomo si identificò così profondamente con il
suo fallo.
Compagna ideale di questo vero e proprio complesso psichico è la forza bruta che
accompagna spesso il gesto sessuale: se non si parla solo ed esclusivamente di violenza, si tratta per
lo più dell’imprescindibile imposizione della propria volontà, del proprio piacere, del proprio
dominio. Questa brutalità, che spesso ci fa avvicinare più che in altre circostanze spazio-temporali
l’uomo romano all’animale, in realtà, oltre che in episodi di “stupro” perpetrati direttamente dagli
dei ai danni di mortali (si veda, per esempio, Marte e Rea Silvia), radica le sue pretese addirittura
nel mito di fondazione dell’Urbe, accreditandola al re per eccellenza, Romolo, e legandola peraltro
indissolubilmente all’istituzione del matrimonio. Vediamo come…
2.3 il ratto delle SABINE
Roma era stata costruita. Le imponenti mura della città svettavano dalla cima del Palatino
accarezzando le nubi sotto lo sguardo affettuoso di Marte e Venere. Romolo regnava, favorito dagli
dei e amato dal suo popolo, eppure una ruga gli solcava la fronte: il futuro per la nuova città era
incerto, tutto il lavoro di conquista e costruzione rischiava di morire nel giro di una generazione se
i Romani non avessero trovato delle moglie con cui procreare. In città mancavano infatti le donne.
Problema insolito per un pastore guerriero, avvezzo a elaborare strategie, a correre dietro agli
armenti, a combattere i nemici. Eppure problema non trascurabile. Ligio a consuetudini che da
sempre regolavano i rapporti nel mondo antico, decise di mandare ambasciate presso i popoli
vicini per proporre matrimoni e, conseguentemente, intrecciare alleanze. Le risposte non si fecero
attendere: nessun paese aveva intenzione di cedere le proprie figlie, legittime spose dei rispettivi
cittadini, a questa nuova città, piccola, sconosciuta e senza lignaggio certificato.
Romolo si accese profondamente d’ira, ma ancora tentennava, incapace di commettere
un’azione che non ritenesse giusta, o, quanto meno, fatta bene. Fu allora che intervenne suo padre,
il potente Marte, che, a sua volta indignato dal trattamento ricevuto dai suoi eletti, in sogno suggerì
al figlio di prendersi con la forza quanto gli spettava di diritto.
Così fu che, anziché muovere direttamente guerra agli offensori, Romolo ideò un piano
astuto e audace per raggiungere con l’inganno i suoi obiettivi. Dietro suggerimento di Consus, il
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dio dei consilia, dei progetti, delle decisioni sagge e accorte, indisse una grande festa proprio in
onore del dio complice, il cui altare, sosteneva il nostro re, aver scoperto sotto terra. La grande
celebrazione prevedeva un ricco sacrificio seguito da spettacoli di corsa equestre.
Da quella volta, per molto tempo, tali feste furono celebrate a Roma il 21 di agosto. Ogni anno, proprio al di
sotto delle più antiche mete del Circo Massimo, veniva liberato dalla terra l’altare del dio Consus, normalmente celato a
indicare che un consilium doveva essere nascosto e protetto, proprio come lo fu quello concepito da Romolo. Una volta
riemerso l’altare, il Flamine Quirinale e le Vestali celebravano un sacrificio. Avevano allora inizio le corse dei cavalli,
spettacolo che attirava sempre una grande folla, e quando tutto era concluso si tornava a coprire di terra l’altare, fino
all’anno successivo.
Furono spediti inviti presso tutti i popoli limitrofi che, ignari del pericolo, aderirono, lieti di
partecipare a un evento così acclamato e curiosi di buttare un occhio tra le alte mura di questa
nascente civiltà. Su tutti, giunsero in quantità particolarmente numerosa i Sabini, accompagnati,
con grande gioia degli ospiti, dalle figlie. Erano costoro una nazione famosa per discendere da
Sabus, un certo profugo spartano pervenuto anni addietro sulle coste del Lazio. Questa origine
peloponnesiaca conferiva alla sua stirpe indubbie qualità di sobrietà, morigeratezza e fisicità,
molto apprezzate dai vicini palatini che, condividendone i valori, vagheggiavano donne sane, forti
e frugali.
Tutto sembrava dunque andare per il meglio. La folla, dopo aver dovutamente apprezzato i
maestosi edifici di Roma, assisteva rapita e in preda all’eccitazione la gara che si consumava sotto
i suoi occhi. A un segnale convenuto però, gli arditi Romani sfoderarono le armi e, nella confusione
che seguì, presero a strappare dai familiari e portare via, presso le case dei senatori, le giovani
fanciulle. Invano gli invitati, spaventati e indignati, invocarono l’aiuto divino; accusando i padroni
di casa di scorrettezza estrema, di profonda empietà per aver violato il sacro valore dell’ospitalità,
di inganno e tradimento, fecero ritorno a casa, schiumanti di rabbia, mortalmente offesi e decisi a
vendicare l’affronto subito.
Una volta ritornata la quiete Romolo si dedicò alle ragazze rapite, traumatizzate e sdegnate
per la violenza patita: con estrema gentilezza spiegò loro i motivi del suo gesto necessario, come
tutto si sarebbe potuto risolvere diversamente se i loro padri avessero immediatamente
acconsentito, e promise loro un trattamento rispettoso da parte dei suoi. Dopodichè stabilì che
fossero celebrate nozze legittime, per offrire alle spose la comunione dei beni, dei diritti della città
e, soprattutto, dei figli, quanto di più prezioso esistesse per il genere umano. Avvalendosi dell’aiuto
di Ersilia, la donna che aveva scelto per sé e che in verità era già sposata, rapita forse per errore,
fece preparare le fanciulle al matrimonio. Queste, vedendo tutelata la propria dignità e circondate
dalla solerzia e dalle attenzioni manifestate dai giovani sposi, pian piano si addolcirono e decisero
di abbracciare con sempre maggiore trasporto la situazione ormai impostasi. Pare che, a
persuadere definitivamente le riluttanti spose, contribuì in maniera decisiva anche la prorompente
passione amorosa dimostrata nei loro confronti dai prestanti Romani, già allora doverosamente
vincitori in tutte le imprese virili.
Se queste sono le premesse è facile immaginare come forza, matrimonio, virilità e
istituzione siano concetti indissolubilmente legati nella Roma di duemila anni fa, tutto miscelato e
orientato all’insegna della sacralizzazione e della legittimazione, da sempre importanti per la
costruzione della propria identità. Per quanto la struttura mitica qui narrata sia frutto di
un’elaborazione tarda, sicuramente repubblicana, in essa va ravvisato precipuamente quel
paradigma di valori e cultura che impregnava la società dell’epoca, e che giustifica la sua ragione
d’essere nelle disposizioni primitive, originarie, date dal Primo, dall’Eletto, dal Fondatore, figlio del
dio Marte. E quindi incontrovertibilmente vere.
Il matrimonio era stato considerato da Romolo l’unico mezzo per garantire una discendenza
legittima alla città: la sua istituzione verrà, come vedremo, sacralizzata, e diventerà la cellula base
su cui poggerà l’intero organismo statale. Rinunciarvi implicava una profonda destabilizzazione
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dell’intera civiltà romana, perché ne minava le fondamenta, controvertiva l’ordine sociale, generava
disordine e decadenza.
Fu per questa ragione che molti legislatori, tra cui Augusto e il già citato Metello Numidico,
sentirono l’esigenza, quando il costume cambiò, di correre ai ripari con leggi che ne ribadissero la
necessità, e sovvenzionassero le contravvenzioni: la società arricchita si stava ammorbidendo, la
sobrietà stava cedendo il passo alla dissoluzione morale, le istituzioni perdevano autorevolezza. Gli
uomini non si sposavano più, le donne lussureggiavano vergognosamente in giro. Bisognava correre
ai ripari.
In questo panorama sociale si affaccia purtroppo solo a tratti la protagonista di queste
dinamiche, nascosta dietro alla letteratura a forte impronta maschilista, celata da sistemi e politiche
che mirano a gestirla, a controllarla, a considerarla inferiore, mai autoreferenziale, sempre ritratta.
Cerchiamo di renderle giustizia.
3. essere donna a roma
3.1 uxor o filia?
Quale che fosse la sua identità o la sua posizione sociale, la donna a Roma si definiva in
relazione all’uomo che ne deteneva la podestà, ossia il padre o il marito. Fin dalla nascita poste
sotto la paterna autorità, cosa che in effetti avveniva anche per i figli maschi, che poteva disporre a
suo piacimento presente e futuro, passavano, come in una compravendita, alla famiglia del coniuge
al momento del matrimonio. Questa autoritas estendeva ovviamente i suoi tentacoli in ogni ambito:
la donna romana, infatti, nel periodo arcaico, non poteva adottare; non poteva neppure rappresentare
interessi altrui, né in giudizio, né in contrattazioni private; non poteva fare testamento o
testimoniare, né garantire per debiti di terzi, né fare operazioni finanziarie; non poteva neppure
essere tutrice dei suoi figli minori. Le veniva preclusa la facoltà d'intervenire nella sfera giuridica di
terzi semplicemente perché aveva mai ufficialmente gestito alcun tipo di potere su altri.
Per quanto libere di uscire di casa, seppur accompagnate, per passeggiate o acquisti, e
invitate al convivio insieme al marito, potevano essere giustiziate senza processo laddove fossero
state colte in flagrante adulterio, o nel caso in cui il consorte avesse appurato che avevano bevuto
vino, bevanda proibita al gentil sesso. Insignite della facoltà di educare i figli, e, soprattutto, le
figlie, non avevano diritti nel sceglierne lo sposo, anche nel caso in cui fossero vedove da tempo.
Nei tempi più remoti il momento delle nozze, come già accennato sopra, segnava per la
donna il passaggio sotto l’autorità della famiglia del marito, il quale acquistava su di lei un potere
personale chiamato “mano” (manus) analogo a quello della potestà paterna. I riti erano
conseguentemente definiti cum manu. Con lo scorrere del tempo si poté assistere anche nella
capitale a un lento processo di emancipazione dell’elemento femminile, dovuto principalmente a un
clima di progressiva decadenza dei costumi, di arricchimento e di maggiore sviluppo della cultura
che, se non liberò mai completamente la donna, quanto meno le fornì dei mezzi per poter rendere la
sua vita più autonoma e interessante.
Via via si affermò infatti sempre più l’abitudine di sposarsi “sine manu”, ossia senza il
passaggio al controllo maritale: la donna pertanto rimaneva sotto la potestà paterna, fintantoché il
genitore moriva, e a quel punto poteva considerarsi “libera”. La soluzione piacque sempre più alle
giovani matrone romane, che, non cedendo i diritti, potevano anche mantenere nelle proprie tasche
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una certa indipendenza economica, che ovviamente variava in base al reddito della famiglia di
origine.
Il fenomeno nei primi anni dell’impero era così diffuso che diversi amministratori
considerarono opportuno legiferare in proposito: ecco che quindi nacquero leggi che limitavano i
passaggi ereditari, soprattutto di grandi ricchezze, all’elemento femminile (erede a pari titolo del
figlio maschio); leggi che ponevano forzatamente la donna sotto la tutela di un tutore, parente o
incaricato, laddove marito e padre fossero mancati; leggi che tassavano in maniera speciale gli
ingenti patrimoni di fortunate benestanti; leggi che vietavano loro di vestire in maniera troppo
sfarzosa, e leggi che ne sanzionassero il comportamento illecito.
È questo il caso per esempio della “legge Giulia sugli adulteri” , del 18 a.C. di Augusto.
Turbato dalla licenziosità che stava divampando nell’Urbe, il condottiero decise di intervenire con
un provvedimento pubblico: la lex Iulia voleva colpire gli adulteri, dove per adulterio si
intendevano le relazioni extraconiugali intrattenute da una donna sposata, vergine o vedova che
fosse. A meno che, naturalmente, non fosse una prostituta o una ruffiana, e fatto salvo il rapporto di
concubinato che, per la sua stabilità, era ritenuto degno di una certa tutela. La pena era la
deportazione a vita su un’isola. La novità più eclatante non fu però la scelta della punizione, bensì il
fatto che per la prima volta lo Stato si arrogava il diritto di imporsi in questioni prettamente
familiari. Come si può agevolmente immaginare la legge fu un totale fallimento: il popolo inventore
del diritto mal tollerava le ingerenze pubbliche negli affari di casa.
Al fiasco della legge seguì, peraltro, la beffa di succulenta fattura femminile, degna di
essere riportata come spia del cambiamento e della presa di coscienza del gentil sesso: indignate
dalla severità della sanzione, un folto gruppo di matrone uscirono dalle loro case e andarono a
registrarsi negli elenchi delle professioniste dell’arte amatoria, come già accennato, uniche escluse
dalla pena. Protesta? Sfida? Per quanto sarebbe bello trovare già in epoche così remote sussulti di
movimenti di rivendicazione femminista ante litteram, è sicuramente più filologico immaginare un
atto di disobbedienza civile: un’aperta provocazione, non priva del desiderio di sbeffeggiare il
moralismo di Augusto, e un’alzata di capo nel non cedere quelle poche libertà che ossigenavano il
mondo rosa di duemila anni fa.
3.2 infirmitas sexus o levitatem animi?
I motivi che spiegano questo profondo maschilismo che da sempre caratterizza la Storia
sono da ricercarsi in molteplici ceppi che si mescolano e si rincorrono su più livelli attraverso lo
spazio e il tempo; per quanto la loro esposizione esulerebbe sicuramente dalla nostra occhiata sul
mondo romano può essere interessante capire perché questa discriminazione fosse avvertita anche
sul Palatino.
Al banco delle accuse troviamo in modo particolare due personaggi: Catone il Censore,
integerrimo uomo politico, e L. Valerio, tribuno della plebe. Il confronto verteva sull’approvazione
o meno della lex Oppia, che doveva di fatto limitare l’utilizzo di gioielli e vesti sontuose delle
signore a favore di mise decisamente più sobrie. Al di là del risultato, la legge venne abolita dopo
una protesta femminile sulle strade di Roma, indicative sono le definizioni scelte dai due uomini per
descrivere le controparti sessuali: il primo diede una giustificazione precisa della disuguaglianza
giuridica tra uomo e donna, accusando quest’ultima di essere prepotente, indomita, incapace di
frenare i propri desideri e di sopportare i limiti posti dal costume e dal diritto, per cui inadatta al
comando e assolutamente da gestire per la sicurezza pubblica. Il secondo invece, contrario alla
legge, sottolineò come l’orizzonte di vita e di interessi femminili fosse estremamente limitato
(pertanto è meglio concedere loro di gestirselo a loro piacimento), condizione questa che poneva di
fatto la donna su un gradino inferiore rispetto all’uomo, secondo la diffusa concezione della
infirmitas sexus, che giustificherebbe la supremazia della parte maschile.
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In entrambi i casi è manifestamente ravvisabile un’opinione estremamente negativa della
mulier, talvolta perfino spiegata con teorie a forte quanto improbabile presunzione scientifica. È
però possibile ricondurre tutto questo astio a logiche di carattere cultural antropologico? Ci piace
immaginare che in realtà questa oppressione, questa imposizione di supremazia affondi le sue radici
in un bisogno innato dell’uomo di controllare il suo mondo e nel timore atavico della donna e di
tutto quanto concerne la sua dimensione. Da sempre l’elemento femminile incarna per sua natura
l’irrazionalità nelle sue molteplici declinazioni: intellettuali, comportamentali, conoscitive.
Compensavano la minore forza fisica con intuito e magia. Gli uomini temevano le donne dal
lontano, dimenticato momento in cui loro procuravano il cibo andando a caccia e le compagne, più
stanziali, avevano imparato le proprietà buone e cattive delle erbe, delle bacche e delle spezie, ed
erano diventate esperte di medicamenti e, soprattutto, di veleni. Queste conoscenze avevano
consegnato loro la fama di maghe, e, allora come oggi, tutto ciò che era avvolto da un’aurea di
mistero poteva essere pericoloso, fatale. Le donne erano imprevedibili, volubili, incontrollabili:
assolutamente letali. Gli uomini non potevano permettersi di perdere il controllo su di loro, pena la
dissoluzione, pena l’anarchia.
3.3 bona exempla
Per scongiurare questo pericolo e imprimere con energia modelli integerrimi a cui le donne
dovevano tendere per essere rispettate e ammirate e godere di fama eterna, i Romani utilizzarono la
più classica delle tecniche di persuasione: la pubblicità demagogica, i cosiddetti celebri “esempi”.
Aneddoti, veri o leggendari, a cui bisognava ispirarsi per meritarsi la stima sociale e il rispetto dei
concittadini. Ecco alcuni tra i più famosi:
Lucrezia e Collatino
Collatino era un uomo fortunato: soldato valoroso, era sposato con una donna molto bella
e virtuosa, Lucrezia. Consapevole di questa lieta sorte, amava rallegrarsene, vantando a più
riprese le doti della straordinaria compagna. Durante l’assedio posto alla città di Ardea i guerrieri
più nobili erano riuniti nella tenda di Sesto Tarquinio, il figlio di Tarquinio il Superbo, ultimo re di
Roma. Mentre banchettavano il discorso cadde sulle virtù delle mogli, e, come d’abitudine, il
panegirico più sentito fu quello di Collatino, il quale, sull’onda dell’entusiasmo, propose
un’incursione notturna nelle rispettiva abitazioni, affinché si potesse stabilire oggettivamente quale
fosse la consorte più meritevole.
L’idea fu subito accettata, il gruppo raggiunse Roma dove le tutte le moglie furono sorprese
intente a banchettare, eccezion fatta naturalmente per l’irreprensibile Lucrezia, impegnata nel
filare. Collatino, più orgoglioso che mai, aveva vinto la scommessa, ma segnato la sua sorte.
Colpito dalla leggiadria e dalla rettitudine della fanciulla, Sesto Tarquinio se n’era profondamente
invaghito, a tal punto da farle nuovamente visita qualche giorno dopo, con l’intento di sedurla.
Com’è facile immaginare, Lucrezia non cedette alle avances, scatenando così l’ira dell’arrogante
giovane che la ricattò in siffatti termini: se non gli avesse concesso le sue grazie, lui, il grande
Sesto Tarquinio, l’avrebbe uccisa seduta stante e poi avrebbe disposto accanto al suo cadavere
quello di uno schiavo nudo, in modo da far pensare a un atto di giustizia compiuto in flagranza di
adulterio.
Incapace di sopportare un disonore così smisurato, Lucrezia fu costretta ad accettare, ma
non appena la violenza finì, convocati padre e marito, li mise a parte della verità, implorandoli di
non lasciare il colpevole impunito e uccidendosi davanti ai loro occhi per dimostrare la verità delle
sue parole e l’onestà della sua condotta.
Con la sua morte finì anche il regime monarchico e avvenne la cacciata dei re Etruschi da
parte del popolo, indignato dalla fine della piissima donna.
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Le donne romane sono avvisate: così deve fare una moglie se il suo corpo, anche contro la
sua volontà, è appartenuto a un altro, perché, come pontificò drammaticamente Lucrezia, “in futuro,
seguendo il mio esempio, nessuna donna viva disonorata”.
Porzia e Bruto
Bruto, assassino di Cesare, venne sconfitto a Filippi. Morì, lasciando la virtuosissima
moglie Porzia vedova. Incapace di sopportare il dolore per questa incolmabile perdita la donna
decise di raggiungere il suo amato, togliendosi la vita. Nonostante i congiunti avessero cercato di
dissuaderla e di nascondere tutto ciò che potesse essere utilizzato come arma, Porzia, disperata,
pur di raggiungere il suo risultato ingoiò dei carboni ardenti raccolti nel camino. Morì, finalmente
felice.
Il ricordo del gesto di Porzia turbava, commuoveva esaltava i Romani, che associavano
l’idea di eroismo all’atto di estremo sacrificio, soprattutto quando, ovviamente, a compierlo era
qualcun altro, da prendere a modello.
Arria e Cecina Peto
Altro fulgido esempio di amore coniugale che sopravvive anche oltre la morte è il caso di
Arria e Cecina Peto.
Era quest’ultimo stato condannato a morte perché trovato coinvolto in una congiura ai
danni dell’imperatore Claudio. Per evitare lo scandalo e salvare l’onore, l’etica romana avrebbe
suggerito un suicidio, ma l’uomo tentennava, visibilmente preoccupato dalla difficoltà della scelta
decisiva. Fu a quel punto che intervenne la moglie Arria, decisa a sua volta a seguire il compagno
nel gesto supremo per aiutarlo e non sopravvivergli. Vista l’indecisione del marito, sfoderò lei il
coraggio necessario, e, afferrando la spada che egli non osava impugnare, se la conficcò nel
ventre. Dopodichè, sfilatala dal fianco, gliela porse, pronunciando queste fatidiche parole “Non mi
fa male la ferita che mi sono fatta, Peto. Mi fa male solo quella che tu ti farai”.
Inutile sottolineare ulteriormente quanto fosse palesemente evidente lo spirito che doveva
animare le nostre antenate: alla castità e integrità doveva aggiungersi una devozione adorante nei
confronti del marito, devozione che se, da un lato, le avrebbe impedito di sopravvivergli, dall’altro
avrebbe spronato il compagno ad affrontare con onore e dignità qualsiasi situazione.
È chiaro come questi exempla ritraggano casi limite; era d’altra parte impensabile che
l’intera società femminile si suicidasse in massa al termine, per esempio, di ogni guerra; quanto ci si
aspettava essenzialmente da una moglie perfetta era quanto meno coltivare il desiderio di
raggiungere il compagno defunto… e crogiolarvisi in vesti caste per il resto dell’esistenza.
4. “ubi tu gaius, ego gaia”
4.1 i più antichi riti matrimoniali
Ma come si raggiungeva il famigerato e temuto “per sempre”? Per quanto, come visto,
estremamente propagandata e sostenuta, l’istituzione del matrimonio era sottoposta a limiti e regole
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molto severe: anzitutto era proibito sposarsi a maggio, mese dedicato al culto dei Lemuri, cioè gli
spiriti dei defunti, e dunque considerato infausto; secondariamente, il legame era concesso
esclusivamente agli uomini liberi, e solo nel 435 a.C., con la lex Canuleia, fu possibile l’unione tra
patrizi e plebei, della quale, comunque, si diffidava.
Se lo sposalizio era possibile solo tra cittadini della stessa classe sociale, varie erano, però,
le sue forme, più o meno solenni, e complessa la cerimonia nuziale, preceduta mesi, a volte anni,
dagli sponsalia, promessa di matrimonio stretta tra le famiglie dei giovani. Questo fidanzamento
non comportava obblighi particolari, era solo un impegno assunto dalla coppia di fronte ai genitori e
agli amici, festeggiato con un banchetto e sancito con lo scambio dei regali e dell’anello,
accompagnato dalle parole “Spondesne? – Spondeo…”, “Lo prometti? – Prometto…”.
L’anello di fidanzamento poteva essere di ferro rivestito d’oro oppure completamente d’oro,
e la fidanzata lo portava rigorosamente all’anulare, a evidenziare il legame immaginario tra cuore e
ragione, fede e scienza già individuato da Egizi e Greci, e riportato da Aulo Gallio: “Quando si apre
il corpo umano, come fanno gli Egiziani, e si operano le dissezioni, si trova un nervo molto sottile,
che parte dall’anulare e arriva al cuore. Si ritiene opportuno dare l’onore di portare l’anello a
questo dito piuttosto che ad altri, per la stretta connessione, per quel certo legame che lo unisce
all’organo principale.”
Generalmente combinato dal padre, il matrimonio come atto legale vero e proprio poteva
essere iustum, se il contratto veniva stipulato con la conventio in manum (secondo il quale la donna,
insieme alla dote, passava dalla potestà paterna a quella del marito), oppure non iustum; nel periodo
repubblicano, chi voleva nozze solenni e fastose poteva scegliere la forma per confarreationem, per
coemptionem (una specie di compravendita simbolica della sposa), o per usum, senza alcun fasto,
semplicemente convalidando una convivenza durata almeno un anno); in seguito si impose il
matrimonium non iustum, cioè il matrimonium sine conventione o sine manu, così la donna restava
sotto la potestà paterna e, rispetto al marito, conservava i suoi diritti sui beni.
4.2 la confarreatio
Sicuramente il rito più simbolico e arcaico, riservato ai patrizi, la confarreatio traeva il suo
nome dal momento centrale della celebrazione: la spartizione di un pane di farro, metafora, dai
chiari rimandi archetipici, della nuova vita in comune.
Il momento solenne non si esauriva il giorno delle nozze, ma, per la giovane, incominciava
già il dì precedente, quando abbandonava i balocchi dell’infanzia e le vesti fanciullesche per
consacrarle alle divinità preposte alla tutela dei passaggi di stato. Dopo questo atto sacro,
considerata l’impossibilità di un “ritorno”, la sposa doveva coricarsi già in abito nuziale. Il mattino
seguente la famiglia ornava la casa con corone di fiori, di mirto e di lauro, mentre la promessa
ultimava la vestizione; questa constava di una tunica recta, una veste simile alla stola delle matrone,
di colore bianco, stretta in vita da una cintura di lana detta cingulum Herculeum, i cui capi avevano
un annodo speciale contro il malocchio (nodus Herculeus); sopra la tunica si avvolgeva un
mantello, palla, di color zafferano, mentre i piedi calzavano sandali, anch’essi color zafferano; una
collana di metallo, unico orpello, poteva impreziosire il collo.
Anche la capigliatura si conformava ad ataviche istruzioni: suddivisa in sei trecce con
l’aiuto di una sorta di punta di lancia chiamata hasta caelibaris, la cui strana connotazione militare
sembra volesse rammentare l’emblematico episodio del ratto delle Sabine, era raccolta anch’essa fin
dalla sera prima in una retina rossa. Come spesso accade ancora oggi, il capo veniva poi coperto dal
flammeum, un velo rosso fiammante o arancione o giallo, che celava pudicamente la parte superiore
del viso (il verbo nubo in latino significava appunto letteralmente “coprire la testa con il velo”;
“sposare” riferito all’uomo era reso dall’espressione uxorem ducere), fermato, ai tempi di Cesare e
Augusto, da una coroncina di maggiorana e verbena, e, in tempi successivi, di mirto e fiori
d’arancio.
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Una volta abbigliata la sposa, la cerimonia poteva avere inizio: gli invitati erano accolti
nella di lei dimora e, se richiesto, stipulavano nell’atrio di casa il contratto matrimoniale, altrimenti
tutti insieme si recavano in un vicino santuario; in sacrificio agli dei si immolavano un maiale o una
pecora, raramente un bue, e infine, alla presenza di un auspex, il sacerdote preposto alla lettura degli
auspici, e di una decina di testimoni il cui compito era quello di apporre il sigillo sul contratto di
matrimonio, iniziava il rito.
Durante tutta la cerimonia gli sposi sedevano su due sedili ricoperti da pelle di pecora;
accanto alla sposa c’era una matrona di costumi morigerati, la pronuba, che simboleggiava la dea
Giunone (protettrice del matrimonio e del parto), univira; era lei che, dopo il sacrificio agli dei e la
firma del contratto, conduceva il momento più solenne del rito: l’unione delle destre degli sposi.
A questo punto, preceduti da un fanciullo che portava gli arnesi sacri, detto Camillus dal
termine etrusco che designava colui che assisteva il sacerdote nelle cerimonie sacerdotali, gli sposi
facevano insieme il giro dell’altare e dividevano il pane di farro, simbolo di comunione e
condivisione.
La cerimonia terminava acclamata dai presenti con l’esclamazione augurale Feliciter, “la
felicità sia con voi”.
Al rito seguiva il pranzo nuziale, che avveniva nella casa paterna della sposa, e durava fino
al tramonto; terminato il banchetto, simulando, a ricordo della tradizione mitica, un ratto, l’uomo
strappava letteralmente la donna dalle braccia della madre, e iniziava così l’ultima parte della
cerimonia: l’accompagnamento. Tra auguri e schiamazzi piuttosto licenziosi, al grido di Talassio, il
cui significato è ancora oscuro, un corteo guidato a portatori di torce e suonatori di flauto
accompagnava a casa la sposa, preceduta da un fanciullo che agitava una fiaccola di legno resinoso,
in genere di biancospino, e seguita da parenti, amici ed amiche, una delle quali portava un fuso e
una conocchia, simboli della virtù domestica femminile. Durante il cammino la sposa lanciava ai
ragazzini accorsi delle noci come quelle con cui giocava da bambina, simbolo di fertilità; si
racconta che dal suono che i gusci provocavano cadendo si poteva trarre gli auspici sul futuro
dell’unione.
Sulla soglia di casa lo sposo chiedeva alla moglie come si chiamasse, e la donna rispondeva
“Ubi tu Gaius, ego Gaia”, che in italiano dovrebbe rendersi con “dove tu sarai, lì sarò anche io”; a
quel punto due amici incaricati sollevavano la fanciulla perché non inciampasse, cosa che sarebbe
stata considerata di pessimo auspicio, e la portavano in casa; nell’atrio il marito le mostrava l’acqua
e il fuoco, simboli della vita in comune, e le dava le chiavi di casa.
A questo punto la cerimonia pubblica era conclusa; l’indomani ci sarebbe stato un banchetto
per pochi intimi; la sposa avrebbe indossato per la prima volta gli abiti matronali, acquisendo di
fatto tutti i diritti e gli obblighi di matrona, e avrebbe fatto un’offerta ai Lari e ai Penati della nuova
casa.
L’atto più privato delle nozze, cioè la consumazione del matrimonio, avveniva secondo
rigidi rituali; era la pronuba a insegnare alla sposa le preghiere propiziatorie a Cincta, appellativo di
Giunone derivatole dal compito di sciogliere la cintura delle nozze alla sposa, e a prepararle il letto
nuziale della prima notte consacrata a Mutinus Tutunus, l’antico dio latino dei pastori, patrono
della fecondità e della fertilità, poi identificato dai Romani con Priapo. La tradizione vuole che
nella stanza si trovasse l’effigie del dio, che altro non era che un grande fallo in erezione, sul quale
la giovane doveva sedersi a mimare il primo amplesso. Il dio agiva nella sfera sessuale
matrimoniale, come rivela il suo nome che rinvia a termini che designavano il fallo, insieme ad altre
divinità, Subigus, preposto alla sottomissione fisica della donna, Prema, che assicurava la
disponibilità della donna a lasciarsi “comprimere”, Pertunda, dea della deflorazione e Perfica, che
garantiva di portare a termine (perficere) l’atto sessuale. La sessualità nel matrimonio veniva così
accortamente tutelata in ogni sua fase da presenze divine, e il rituale di fertilità per Mutunus
Tutunus sottolineava il suo vero fine, la procreazione.
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4.3 la coemptio
Differentemente dalla confarreatio questo rito consisteva in un acquisto simbolico della
donna (dal verbo emere, comprare). Esso si svolgeva, come tutti gli atti di compravendita, alla
presenza di un personaggio incaricato di reggere una bilancia sul cui piatto il marito, o il suo
capofamiglia, gettava una somma simbolica per l’acquisto della sposa.
La coemptio divenne col tempo il rito nuziale più diffuso tra quelli che permettevano di
acquisire la manus. A esso ricorrevano soprattutto i plebei, poiché la confarreatio era loro preclusa,
ma col tempo anche i patrizi abbandonarono la confarreatio, che era eccessivamente formale, per
adottare la coemptio.
Più che negli altri riti, questo sistema esplicitava senza fronzolo alcuno il significato stesso
del legame matrimoniale: completamente sottomessa all’autorità maritale, la donna era considerata,
da un punto di vista giuridico, alla stregua di un oggetto; se il prezzo era simbolico, nulla occulta il
valore della procedura, impostata, senza turbamenti, sulle prosaiche dinamiche mercantili.
4.4 l’usus
Nel caso due persone andassero a convivere senza celebrare alcuna cerimonia nuziale (o se
questa non aveva prodotto i dovuti effetti per mancato rispetto delle formalità o dei requisiti
richiesti), il marito acquistava comunque la “mano” sulla moglie dopo un anno di usus, cioè di
coabitazione, senza l’interruzione di tre notti, che avrebbero di fatto invalidato l’atto.
L’uso in altre parole era l’applicazione in campo matrimoniale dell’istituto (l’usucapione)
che serviva (e serve) ad acquistare la proprietà di un bene attraverso l’utilizzo dello stesso per un
tempo determinato. Nel diritto romano arcaico il tempo richiesto era due anni per le cose immobili,
e uno per quelle mobili: qual era considerata a questi effetti la donna.
5. tutte dissolute: l’emancipazione femminile
Un tempo il matrimonio, come abbiamo visto, comportava il trasferimento della moglie
nella famiglia del marito, al quale era sottoposta grazie al valore di compravendita assegnato al rito
stesso. Il marito deteneva un’autoritas che lo investiva di pieni poteri, tra cui quello di vita o morte,
sulla consorte.
A partire però dal III secolo a.C. circa, si era diffuso un nuovo sistema per contrarre le
nozze, a seguito del quale la moglie continuava a far parte legalmente della famiglia d’origine; le
ragioni di questa trasformazione vanno ricercate prevalentemente nella nuova e aggressiva politica
estera condotta dal popolo romano: sempre più impegnate sui fronti bellici delle guerre puniche e,
in seguito, civili, le compagini militari perdevano regolarmente giovani uomini, squilibrando il
rapporto tra i due sessi. Questo fece sì che l'iniziativa per la celebrazione delle nozze non veniva più
assunta dal futuro marito, ma più di frequente dal padre della donna. E' questi in definitiva che
acquistava alla figlia un marito, offrendogli una congrua dote da amministrare. La nuova usanza
attecchì bene, ma stravolse completamente l'antico ordine familiare basato sull'indiscussa potestas
maritale.
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Il fatto di continuare a essere sottomessa all’autorità paterna non rendeva ovviamente libera
la donna, ma la poneva nella condizione di poter ereditare, insieme ai fratelli (a Roma le figlie non
erano discriminate rispetto ai figli, come in altre società antiche) il patrimonio familiare. Cosa che
peraltro accadeva con regolarità, se si vuol rendere giustizia ai processi naturali che seppelliscono
prima i genitori dei mariti. Ciò comportava che la donna, nel nuovo regime, si trovò sempre più
spesso titolare di beni, dei quali nondimeno poteva disporre a suo piacimento; se infatti in teoria
quelle che non avevano ascendenti maschi erano sottoposte a controllo, era anche vero che nel
nuovo quadro sociale che venne a delinearsi questa sottoposizione appariva ormai una misura
anacronistica: la tutela muliebre era praticamente solo più che una formalità.
La mancanza di componente maschile decimata dagli accadimenti bellici non solo aveva
allentato le maglie di quella società così rigidamente strutturata, ma comportò un ampliamento
notevole di tutte le libertà femminili: in città le matrone, ormai ricche e autonome, amavano
scegliere come e con chi trascorrere il loro tempo, non facevano mistero delle liaisons che
intrattenevano più o meno pubblicamente, non ambivano a sposarsi e ad avere figli. All’aspetto
economico univano inoltre, soprattutto ed evidentemente le rampolle di alta estrazione sociale,
un’istruzione superiore, accordata loro insieme ai fratelli durante l’adolescenza.
Se la cultura da sempre apre la mente, senz’altro i mezzi materiali forniscono le possibilità:
ecco che allora possiamo assistere, con un certo orgoglio, alla nascita di un nuovo profilo
femminile, al sorgere di un fino ad allora sconosciuto anelito all’emancipazione, precursore, ante
litteram, dei moderni movimenti ugualitari.
Anche se la propaganda civica continuava a riproporre ed esaltare le virtù delle Lucrezie,
delle Porzie e delle Arrie, le nuove donne si proponevano altri modelli e altri obiettivi: tra lo
sconcerto generale, ve ne furono persino alcune che intrapresero la carriera forense.
La nuova formula matrimoniale, d’altro canto, in armonia col nuovo sentire popolare, si
regolava su due nuove condizioni: la materiale convivenza degli sposi e l'affectio maritalis, il
reciproco consenso a considerarsi marito e moglie, che compare accanto alla semplice traditio da
una famiglia all'altra. Le basi per l’innestarsi del Cristianesimo con il suo apporto di amore e
rispetto erano pronte.
6. “…Sic ego nec sine te nec tecum vivere possum…”
Quello che manca in questa trattazione è a conti fatti la parola “amore”. La moderna società
occidentale, che accoglie nelle sue pieghe il bagaglio culturale dei popoli che si sono affacciati,
succedendosi, al bacino del Mediterraneo, ha sviluppato e inserito questo concetto nella vita
quotidiana, rendendolo l’unica ragione vera e fondamentale che deve soggiacere alla scelta di una
futura vita insieme.
Il fatto che questo sentimento non compaia invece in un discorso legato al rito del
matrimonio nella Roma di duemila anni fa non deve far pensare che esso non esistesse: gli uomini e
le donne si innamoravano, si struggevano, soffrivano, morivano alla mercè del dio più potente di
tutto, Eros. La letteratura antica dedica interi volumi all’analisi di questo bisogno affettivo
irrazionale, declinandolo nelle più differenti sfumature.
Semplicemente, la decisione più importante di tutte, quella che avrebbe per sempre segnato
più o meno positivamente la vita di un individuo, non poteva dipendere da valutazioni che non
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fossero estremamente razionali, economiche, concrete. Il famoso pragmatismo romano non poteva
permettersi di soccombere di fronte ai dettami volubili e capricciosi del cuore. Per accontentare
quest’ultimo si potevano intraprendere altre vie, chiaramente illegittime, ma concesse a chi avesse
avuto la fortuna di nascere sulla riva giusta, quella maschile.
Naturalmente, non era da escludere che tra due persone, di cui altri avevano deciso il
matrimonio, nascesse un rapporto amoroso, basato sulla fiducia, il rispetto e il profondo affetto, ma
si trattava di casi fortunati, relativamente rari. Predominavano le logiche di interesse, di politica, di
convenienza, di costume, di dovere. Come sorprendersene del resto? Non sono lontani i tempi in cui
anche in questa parte di mondo le unioni nuziali erano combinate, e in altre latitudini lo è ancora.
L’amore veniva esercitato di nascosto, con professioniste del settore, con serve e liberte, o
ancora con altri uomini; il rapporto che oggi definiremmo anacronisticamente omosessuale, per
quanto approvato e talvolta consigliato, era vincolato a norme etiche molto severe, che basavano la
loro ragione d’essere su credenze fantascientifiche legate al movimento corporale dei liquidi. Il
rivestire un ruolo passivo non fu mai visto con buon occhio nel cittadino romano, che per potersi
così definire doveva dar prova di forza, non di sottomissione, ma era tollerato in schiavi, liberti e
servi, investiti coattivamente dell’obbligo morale di compiacere al proprio padrone, quale che fosse
la circostanza.
Queste espressioni di trasporto sentimentale facevano dunque da corollario all’istituzione
per eccellenza, che garantiva l’integrità della società e la legittimità della prole a scapito della
libertà personale.
L’Impero romano finirà, com’è noto, nel 476 d.C. Numerose sono le ragioni che hanno
concorso al crollo di un organismo che ha conquistato il mondo: tra le altre credo sia importante
ricordare il ruolo sostenuto dalla diffusione del Cristianesimo. Il messaggio del Cristo infatti,
annunciato dai suoi sostenitori prima in sordina poi con sempre maggior vigore, si radica con la sua
entità rivoluzionaria in una società pronta a riceverlo, restituendo al mondo concetti quali amore,
rispetto, tolleranza e uguaglianza profondamente in rotta di collisione con le culture e le società
pagane precedenti.
Il matrimonio diventerà pertanto unione sacra, mentre il divorzio, diffusosi enormemente
negli ultimi secoli imperiali, un atto contro Dio. Questa nuova ondata moralizzante investirà tutti i
settori della vita quotidiana, compresa la sfera della sessualità, riprendendo filosofie già elaborate
da pensatori classici e condannando a impurità tutto ciò che ne aveva attinenza. Ma questa è
un’altra storia.
Termino questa breve esposizione allegando una moderna lettura del rito matrimoniale
come modello archetipico da sempre appartenente all’essere umano, estremamente calzante nella
restituzione adottata dal mondo romano:
l’uomo ha buone ragioni per sentirsi timoroso nei riguardi del rituale matrimoniale. Si
tratta infatti nient’altro che di un rito d’iniziazione della donna, in cui l’uomo può sentirsi di tutto
meno che un eroe conquistatore. Perciò non ci meravigli il fatto di trovare presso società antiche o
tribali rituali come quello dell’abduzione o del ratto della sposa, che tendono a controbilanciare
queste fobie. Essi permettono all’uomo di attingere al fondo quanto resta del suo ruolo eroico
proprio nel momento in cui deve sottomettersi alla moglie, e assumersi le responsabilità del
matrimonio. A ciò va aggiunto al tema del matrimonio un ulteriore significato, più profondo: esso
rappresenta infatti simbolicamente la scoperta positiva, e persino necessaria, della componente
femminile nella psiche maschile, negli stessi termini reali in cui rappresenta l’acquisto di una
moglie in carne e ossa.
A nessun’altra civiltà questa definizione si presta di più. E la cosa ci fa sorridere.
Il popolo più temuto della terra aveva paura delle donne.
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