IL MITO NEL MONDO ROMANO

IL MITO NEL MONDO ROMANO
“religiosi sunt qui facenda et vitanda discernunt”
(Macr., Sat., III, 3, 10)
Il tema della mitologia nel mondo romano ha, in passato, spesso generato insofferenza e sufficienza
tra gli studiosi che, rilevando l’assenza quasi totale di una costruzione mitica relativa a teogonie
piuttosto che cosmogonie, tacciavano di mancanza di fantasia i rigidi e razionali abitanti dell’Urbe.
La lettura attuale tende invece a rivedere queste posizioni, sulla base di analisi sociologiche e
antropologiche più puntuali e accurate. È, infatti, difficile calzare un concetto concepito e
sviluppato in ambiente extra romano, dal quale attinge senso, connotazioni, spirito e potere
evocativo, in una realtà endemicamente e strutturalmente così differente, come quella sorta sulle
rive del Tevere. Legandosi infatti a racconti anteriori alla Storia, caratterizzati da una massiccia
presenza del divino e del primordiale, il mythos rappresenta un paradigma greco, uno schema
condiviso e decifrato esclusivamente nella realtà geografica coincidente con la punta della penisola
balcanica, realizzato per spiegare fatti storici e inafferrabili ad esclusiva comprensione di chi, di
origine greca, avesse l’identità culturale atta a decodificare allegorie e segni convenzionali.
Ogni popolo che si è succeduto, e ancora si succede, tra le rughe della Terra dà origine a un sentire
comune, radicato nell’appartenenza fisica e ideologica a una particolare espressione della variegata
rappresentanza umana, definita da usi, costumi e storicità; sovente quest’ultimo aspetto ha posto le
sue origini in racconti sospesi a metà tra immaginazione e realtà, ai quali, per analogia, è stata
estesa l’accezione di “mito”, la cui decontestualizzazione ha però generato, al momento
dell’approccio filologico, numerose interpretazioni erronee.
A Roma non troveremo pertanto “miti”, quali li intendiamo con le caratteristiche e i temi tipici del
bagno di cultura ellenico, ma il concetto che maggiormente si avvicina può individuarsi nelle
fabulae. Il termine fabula presso i Romani ha un’accezione vasta e complessa: è sicuramente una
parte del discorso tendente molto più al versante della poca credibilità che non verso quello
dell’autorevolezza; i suoi contenuti si avvicinano ai racconti mitologici dei Greci: sono fabulae i
miti raccolti da Igino nella sua opera omonima, gli stessi da cui il filosofo Balbo di Cicerone invita
a prendere le distanze; fabula è il racconto a cui lo storico, secondo Livio, non deve prestar fede,
come quello della lupa che allatta i gemelli; fabulae sono definiti gli apologhi di carattere esotico,
quelli in cui animali ed oggetti sono dotati di parola. Ancora, vengono indicati come fabulae i
componimenti per il teatro e i racconti in generale, specie quelli raccontati per intrattenere
qualcuno, intrecciati con aneddoti e pettegolezzi.
Per i Romani pertanto fabula è essenzialmente il discorso raccontato, quello di cui, chi lo enuncia,
non si pone come auctor, come fonte prima e originale, ma come qualcuno che lo trasmette, un
anello della catena che non riferisce di realtà direttamente esperite, vissute sulla propria pelle.
Questa lontananza dall’esperienza però non implica necessariamente la non rilevanza del contenuto:
è il caso dell’accezione che il termine fabula riveste allorquando definisce i racconti che derivano
dalla tradizione, tradizione che sostiene e, allo stesso tempo, ammanta di autorevolezza la
trasmissione orale, rendendo ambiguo un giudizio nei suoi confronti. Parlando, infatti, del passato
mitico di Roma, Livio dichiara che non si possono né “dare per certi” (adfirmare) né “confutare”
(refellere) le notizie, avvolte di fabulae poetiche, che si tramandano riguardo alla fondazione
dell’Urbe e alle vicende che l’hanno preceduta. Lo storico non prende posizioni, non rifiuta questi
racconti ma neppure li conferma, ammettendo implicitamente il valore intrinseco che gli stessi
hanno nella fondazione della cultura romana, e lasciando loro largo spazio nei primi cinque libri
della sua opera. Egli sapeva bene che la Storia, quella vera, iniziava solo dopo, una volta conclusosi
il tempo in cui gli accadimenti erano resi oscuri dall’eccessiva antichità e dalla scarsità di
testimonianze scritte e si affidavano esclusivamente al potere della memoria.
I miti romani quindi, le fabulae di cui sopra, sono spesso poco credibili ma, nello stesso tempo,
dotati di un valore notevole per la città e i suoi abitanti. Sono inverosimili ma affascinanti, storie
sulla cui autenticità nessun intellettuale scommetterebbe ma di cui l’intera comunità (compresi gli
intellettuali) potrebbe difficilmente fare a meno.
La medesima condizione si realizza ogni qualvolta si ha a che fare con quel tipo di narrazioni
destinate a varcare le soglie del puro intrattenimento o della semplice registrazione di fatti, per
assumere una qualche funzione – eziologia, sacra, religiosa – all’interno di una data comunità.
Racconti importanti, ma i cui fondamenti resteranno invisibili a dispetto di qualsiasi sforzo venga
fatto per identificarli. Si tratta di storie la cui autenticità e rilevanza è, in definitiva,
autoreferenziale; e solo la potenza delle istituzioni che su di esse si fondano può cercare
caparbiamente di ancorarle alla storia, o almeno alla verosimiglianza, al “non si può escludere che”.